Ottobre porta con sé, ogni anno, un prurito di curiosità verso le streghe: costumi, zucche intagliate, cataloghi di creature da condividere sui social. Ma a Triora, un borgo di poco più di trecento abitanti arrampicato sulle Alpi Liguri, la parola "strega" non è un travestimento stagionale. È una ferita storica che il paese porta nel nome da cinque secoli, da quando un processo per stregoneria condotto nel 1587-1589 trasformò decine di donne in capri espiatori per una carestia che nessuno sapeva spiegare altrimenti. Oggi Triora viene chiamata, con un'etichetta turistica tanto efficace quanto riduttiva, "il Salem italiano": il confronto con il Massachusetts del 1692 è quasi inevitabile, perché le dinamiche — paura collettiva, bisogno di un colpevole, uso della tortura per ottenere confessioni — si somigliano in modo impressionante, pur separate da un oceano e da un secolo. Le streghe di Triora non sono un mito nato per spaventare i bambini davanti al fuoco, come la Janara o il Munaciello: sono donne reali, con nomi reali, finite negli atti di un tribunale ecclesiastico. Capire la loro storia significa capire come il folklore nasca spesso non dalla fantasia, ma dal bisogno di dare una forma — e un volto — alla paura.
Le origini storiche: una carestia, un tribunale, ventuno nomi
Alla fine degli anni Ottanta del Cinquecento la Liguria entroterra attraversava un periodo di carestie ricorrenti. Triora, che pure vantava granai comunali capaci di sostenere la popolazione nei momenti di magra, si trovò improvvisamente senza riserve di grano. Le cronache dell'epoca raccontano di un'annata di raccolti compromessi da un clima avverso e, probabilmente, da una cattiva gestione delle scorte da parte di chi quelle scorte doveva amministrare. Quando la fame morde, una comunità ha bisogno di una spiegazione che non sia "abbiamo sbagliato i conti": è più sopportabile credere che qualcuno, con arti occulte, abbia fatto marcire il grano o inaridito i pascoli.
Nell'ottobre 1587 le autorità locali, con l'avallo della Santa Sede, aprirono un'inchiesta per stregoneria. Gli inquisitori — tra cui spicca la figura del vicario generale genovese Girolamo Del Pozzo — individuarono inizialmente un gruppo di donne, presto ampliato fino a toccare circa duecento persone sospettate a vario titolo, delle quali una ventina furono effettivamente incarcerate e sottoposte a interrogatorio, spesso con la tortura. I documenti superstiti, oggi parzialmente conservati e studiati da storici del diritto canonico, riportano confessioni estorte sotto il tormento della corda: patti col demonio, voli notturni, sabba in una radura chiamata la "Cabotina", un toponimo che il paese conserva ancora oggi come luogo della memoria. Almeno una delle accusate, Isotta Stella, morì in carcere prima della conclusione del processo; secondo la tradizione locale sarebbe stata gettata da una finestra della prigione, forse per impedirle di rivelare pressioni o irregolarità istruttorie. Il processo si concluse senza condanne a morte eseguite a Triora: il caso fu infine trasferito a Genova e, come spesso accadeva quando l'Inquisizione romana doveva arbitrare controversie di confine giurisdizionale, si risolse in un lento esaurimento burocratico più che in un verdetto netto.
Questo è il primo dato che distingue Triora da molte altre leggende italiane raccolte su questo blog: non stiamo parlando di una creatura trasmessa oralmente di generazione in generazione, ma di un evento documentato negli archivi, con nomi, date e verbali. Il folklore, qui, non ha inventato la strega: ha ereditato il trauma di un processo vero e lo ha rielaborato in racconto.
Vale la pena inserire Triora nella cornice più ampia della caccia alle streghe europea, perché l'Italia viene spesso raccontata come un'eccezione mite rispetto all'Europa del Nord. In parte è vero: gli storici stimano che tra il XV e il XVIII secolo le esecuzioni per stregoneria in Europa si contino a decine di migliaia, con punte terribili nel Sacro Romano Impero germanico e in Scozia, mentre nella penisola italiana l'Inquisizione romana, più centralizzata e burocratica di quella spagnola o delle giurisdizioni laiche tedesche, tendeva a richiedere standard probatori più rigidi e a preferire penitenze pubbliche alla pena capitale. Triora, da questo punto di vista, è quasi un caso-limite: mostra l'Inquisizione romana nel momento in cui le garanzie procedurali vacillano sotto la pressione di una comunità terrorizzata dalla fame, e il confine tra giustizia e caccia all'untore si fa pericolosamente sottile. È anche per questo che il paragone con Salem, cronologicamente successivo di un secolo, funziona meglio di quanto un turista distratto potrebbe pensare: non è solo un'etichetta da cartolina, ma il riconoscimento di uno schema psicologico e sociale che attraversa epoche e continenti diversi con una fedeltà inquietante.
La leggenda in dettaglio: la Cabotina e le "masche" della memoria popolare
Con il tempo, la memoria orale ha preso il sopravvivere del processo e lo ha trasformato in qualcosa di più simile al folklore propriamente detto. La Cabotina, l'area ai margini del paese dove si riteneva che le donne si riunissero per i loro riti, è diventata nell'immaginario popolare un luogo a sé: non più un semplice prato di confine, ma una sorta di soglia tra il paese degli uomini e un altrove notturno dove si danzava intorno al fuoco, si invocavano presenze e si stringevano patti impronunciabili. Gli abitanti più anziani di Triora, ancora nel secolo scorso, raccontavano di donne capaci di trasformarsi in gatti o in civette per muoversi indisturbate di notte, di unguenti che permettevano il volo, di una gerarchia occulta che intratteneva rapporti con potenze oscure dei boschi liguri — un immaginario che condivide più di un tratto con le streghe alpine del Nord Italia e con le Janare campane, pur essendo nato in un contesto geografico e storico completamente diverso.
Interessante notare come la leggenda abbia finito per "ripulire" in parte la memoria storica: nel racconto popolare le streghe di Triora diventano spesso figure ambigue, non del tutto innocenti, dotate di poteri reali — un modo, forse inconscio, per rendere più sopportabile l'idea che un'intera comunità abbia processato e torturato delle vicine di casa sulla base del nulla. È un meccanismo che si ritrova in molte leggende nate da episodi di violenza collettiva: il racconto fantastico addolcisce il fatto storico, gli dà una cornice narrativa che permette di conviverci. Oggi il paese convive con questa doppia eredità in modo quasi orgoglioso: botteghe di erbe e amuleti, un piccolo Museo Etnografico e della Stregoneria, sagre a tema che ogni ottobre attirano turisti da tutta la Liguria e oltre. La strega, da accusa mortale, è diventata marchio identitario — un'inversione di segno che dice molto su come le comunità elaborino, nel tempo lunghissimo, le proprie colpe collettive.
Il significato simbolico: la strega come capro espiatorio
Al di là del pittoresco, la vicenda di Triora offre uno dei casi più chiari, nel folklore italiano, di quello che l'antropologo René Girard avrebbe chiamato meccanismo del capro espiatorio: una comunità sotto stress — in questo caso la fame — individua un gruppo marginale, spesso composto da donne sole, vedove, anziane o semplicemente "diverse" per abitudini o reputazione, e trasferisce su di loro la responsabilità del male collettivo. Non è un caso che la maggior parte delle accusate a Triora fossero donne senza una forte rete di protezione maschile: la vulnerabilità sociale precedeva, e in parte spiegava, la vulnerabilità giudiziaria.
In questo senso la strega di Triora non è così diversa, sul piano simbolico, dalle creature che abitano abitualmente queste pagine — il Munaciello, la Janara, l'Uomo Nero. Tutte queste figure nascono per dare un nome a una paura che altrimenti resterebbe informe: la fame inspiegabile, la malattia improvvisa, il raccolto perduto, il buio della notte. La differenza, qui, è che il nome non è stato dato a un'ombra immaginaria ma a persone vive, con un corpo che ha sentito davvero la corda della tortura. Questo rende Triora un caso di studio prezioso anche per chi si occupa di educazione: mostra con crudezza dove può arrivare, storicamente, il bisogno umano di trovare un colpevole invece di accettare l'incertezza.
Come usarlo con i bambini: la strega di Triora e il tema del capro espiatorio
Raccontare Triora ai bambini — dai nove, dieci anni in su, con il dovuto filtro sulla parte più cruda della tortura — significa offrire un ponte naturale verso un tema che tocca moltissimi di loro nella vita quotidiana: il bullismo, l'esclusione di gruppo, la ricerca di un "colpevole" quando qualcosa va male in classe o nella squadra sportiva. Il meccanismo psicologico è lo stesso: un gruppo in difficoltà, l'ansia che cresce, il bisogno di individuare in fretta chi "se lo merita". Spiegare che le streghe di Triora erano, quasi sempre, semplicemente donne sole e senza protezione — non diverse, in fondo, dal compagno di classe più timido o dalla bambina che nessuno invita alle feste — aiuta i più piccoli a riconoscere lo schema anche quando si ripresenta, in forma più piccola ma non meno dolorosa, tra i banchi di scuola.
Un esercizio utile, a casa, è chiedere al bambino di immaginare di vivere a Triora nel 1587: cosa avrebbe fatto, vedendo un'amica di famiglia accusata senza prove? Avrebbe avuto il coraggio di difenderla, rischiando di essere accusato a sua volta, oppure si sarebbe unito al gruppo per sentirsi al sicuro? Non è una domanda consolante, ma è esattamente il tipo di domanda che costruisce pensiero critico: la capacità di riconoscere un meccanismo di gruppo tossico prima di esserne complici.
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Conclusione
Ogni ottobre, quando le ricerche online su streghe e folklore italiano tornano a crescere insieme alle zucche nelle vetrine, vale la pena ricordare che non tutte le streghe della nostra tradizione sono nate per spaventare: alcune sono nate perché qualcuno aveva paura, e ha scelto la strada più breve — e più crudele — per liberarsene. Triora, con il suo museo, le sue erbe officinali vendute nei vicoli di pietra e la Cabotina ancora segnata sulle mappe comunali, ha trasformato quella crudeltà in memoria pubblica, invece che seppellirla sotto l'oblio. È forse questo il modo più onesto di tenere viva una leggenda: non solo raccontarla, ma raccontare anche il prezzo umano che l'ha generata, e lasciare che quella storia continui a interrogarci — su chi, ancora oggi, accusiamo troppo in fretta.