Settembre: le notti tornano difficili
Se hai un figlio tra i 6 e i 14 anni, conosci questa scena. Le vacanze finiscono, la scuola ricomincia, e qualcosa scatta. Di notte. Non riesce ad addormentarsi. Vuole che tu rimanga in camera. Sente rumori che di luglio non sentiva. Ha brutti sogni. Si sveglia e viene da te.
Non è nella tua testa. Secondo i dati del 2026 raccolti da centri di psicologia pediatrica, oltre sette milioni di bambini e ragazzi italiani mostrano sintomi di ansia da rientro scolastico. I disturbi del sonno sono tra i più comuni: difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni frequenti, paure serali che durante l'estate erano assenti.
I pediatri lo spiegano così: il ritmo circadiano dei bambini si è spostato nei mesi estivi. Le notti si accorciano. Settembre porta buio più tardi, ma anche l'allarme della sveglia, il peso dello zaino, l'incertezza della classe nuova. Il cervello di un bambino registra tutto questo come minaccia — e la notte, quando non ci sono distrazioni, quella minaccia diventa molto grande.
Le famiglie del Sud Italia, secoli fa, avevano già un nome per questa cosa. La chiamavano Janara.
Chi è la Janara: non una favola, una documentazione
La Janara è la figura più temuta del folklore campano, radicata soprattutto nel Beneventano e nell'Irpinia. Non è un'invenzione vaga — ha una storia documentata che risale almeno al Medioevo.
Il nome ha due origini possibili, entrambe precise. La prima: Dianara, cioè sacerdotessa di Diana, la dea romana della Luna — le Janare erano originariamente donne che partecipavano ai culti lunari pagani, poi criminalizzati dalla Chiesa. La seconda: dal latino ianua, porta — perché secondo la tradizione la Janara entrava nelle case attraverso le porte, anche chiuse, dissolvendosi come vento attraverso le fessure.
Le prime tracce documentate risalgono al VII secolo, quando San Barbato di Benevento fece abbattere un grande noce sul fiume Sabato, luogo di raduno delle donne accusate di riti pagani. Ma è nel XV secolo che le testimonianze si moltiplicano: San Bernardino da Siena predicò contro le Janare nelle sue omelie. Nel 1428, il processo a Matteuccia da Todi citò esplicitamente i riti notturni sotto l'albero rigenerato. Dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum nel 1486, i processi si intensificarono — lo storico Abele De Blasio documentò l'esistenza di circa 200 fascicoli processuali nell'archivio arcivescovile di Benevento, in gran parte distrutti nel 1860.
Cosa faceva la Janara ai bambini
La Janara usciva di notte. Entrava nelle case come vento, attraverso le fessure sotto le porte o le imposte. E il suo bersaglio preferito erano i bambini.
Secondo la tradizione, si sedeva sul petto del dormiente — bambino o adulto — causando oppressione toracica, incubi, sensazione di soffocamento. Quello che oggi la medicina riconosce come paralisi del sonno — quel momento di transizione tra sogno e veglia in cui il corpo non risponde — le famiglie contadine lo interpretavano come la presenza fisica della Janara.
Non era solo terrore irrazionale. Era una spiegazione culturalmente condivisa per qualcosa di reale: i risvegli nel cuore della notte, l'angoscia senza causa apparente, il respiro affannoso di un bambino che non sa spiegare cosa lo ha spaventato. La Janara dava un nome a quella cosa lì.
Le famiglie particolarmente a rischio, secondo la credenza, erano quelle con bambini piccoli. E i periodi di transizione — i cambi di stagione, i momenti di stress collettivo — rendevano le case più vulnerabili alla sua presenza.
Il rimedio: la scopa e il sale
Le famiglie campane non erano inermi. Avevano un sistema di protezione che veniva tramandato con la stessa precisione di una ricetta.
La sera, prima di dormire, si posava una scopa dietro la porta d'ingresso. Oppure un sacchetto di tela con dentro grani di sale grosso o sabbia. La ragione è nella natura stessa della Janara: era obbligata a contare ogni singolo filo della scopa, ogni granello di sale prima di poter entrare. E siccome i granelli sono migliaia, e i fili sono centinaia, lei restava lì — bloccata, a contare — fino all'alba. E l'alba era il suo limite. Con il sorgere del sole, era costretta ad andarsene.
C'è qualcosa di profondamente intelligente in questo rimedio. Dà al bambino — e all'adulto — un'azione concreta da compiere. Non «non aver paura» (consiglio inutile). Non «non esiste» (smentita che non funziona mai). Ma: ecco cosa puoi fare tu, stanotte, per stare al sicuro. La scopa dietro la porta. Il sacchetto di sale. Il confine tracciato.
Perché funziona ancora oggi
Tuo figlio ha paura di notte a settembre. Non perché sia debole o irrazionale — ma perché settembre è oggettivamente un momento di transizione, e i bambini vivono le transizioni con tutto il corpo. Nuovi orari, nuovi compagni, nuove aspettative. Il buio della sera diventa il contenitore di tutto quello che non riescono a elaborare durante il giorno.
Il folklore campano non risolveva questo con la logica. Lo risolveva con un rito. E i riti funzionano perché trasformano la paura passiva in azione attiva.
Prova questo: la sera, prima di andare a letto con tuo figlio, raccontagli della Janara. Non per spaventarlo ulteriormente — ma per dargli un nome, una storia, e poi un rimedio. Dì che nelle famiglie di Benevento si usava la scopa. Dì che puoi provare anche voi. Poggiate insieme una piccola scopa (può essere un ramoscello, può essere un disegno, può essere quello che vuoi) vicino alla porta della sua camera. E dì che la Janara stanotte sarà troppo impegnata a contare per disturbare qualcuno.
Questo non è inganno. È esattamente quello che il folklore ha sempre fatto: contenere l'angoscia dentro una storia abbastanza grande da reggerla. E il rito — il gesto fisico, condiviso, ripetibile — dà al bambino qualcosa di concreto a cui aggrapparsi quando la notte diventa troppo silenziosa.
Quando il folklore non basta
La tradizione orale campana funzionava perché era collettiva: tutti nel paese condividevano la stessa storia, gli stessi rimedi, lo stesso linguaggio per la paura. Oggi quel contenitore culturale è frammentato, e alcuni bambini hanno ansie che richiedono un supporto professionale.
Se i disturbi del sonno di tuo figlio durano più di tre o quattro settimane senza migliorare, se si rifiuta di andare a scuola con crisi di pianto o di panico, se smette di mangiare o si isola — è utile parlare con il pediatra o uno psicologo infantile. Il folklore è uno strumento potente. Non è una diagnosi.
Ma per molti bambini, il semplice atto di nominare la paura — darle una forma, una storia, un rimedio condiviso — è già il primo passo fuori dal buio.